Marcia per il clima: un’altra carta moschicida per la “sinistra antagonista”

Marcia per il clima. Davvero patetico questo ennesimo tentativo della “sinistra antagonista” di verniciare di rosso iniziative create a tavolino dall’establishment, per giustificare la sua entusiastica partecipazione. Oggi con “Fridays For Future”, ieri con “l’indipendenza della Catalogna”, prima ancora, con le “rivoluzioni colorate”…

Perché questo atteggiamento? Intanto, perché l’evento – a differenza, ad esempio, di iniziative contro l’aggressione al Venezuela o in solidarietà ai Gilets Jaunes  – è “trendy”, la copertura mediatica mainstream è garantita, ne parleranno in TV. Ovviamente, nessuno si domanda il perché di tanto interessamento. Ma in una “sinistra antagonista” ridottasi a essere mera testimonianza di se stessa, l’essere “famosi per un giorno” può bastare. Poi c’è la pervicace illusione che queste iniziative (si badi bene, tutte dettate da “Repubblica”) possano contenere i germi di una qualche “rivoluzione”. Quindi, perché non parteciparvi cercando di “utilizzarle” per imporre lì parole d’ordine “rivoluzionarie”? Si è finiti così – anche recentemente – ad essere mera coreografia di imponenti manifestazioni sbandierate poi dai media mainstream con le parole d’ordine di chi le organizzava, non certo di chi vi partecipava “criticamente”.

Ma torniamo a Fridays For Future, campagna nata, come è noto, non da una introversa bambina, ma da una agenzia di pubbliche relazioni e che già il 20 agosto 2018 – quando praticamente nessuno sapeva chi fosse Greta Thunberg –  riceveva dall’altra parte dell’Atlantico la benedizione di Al Gore, leader dei Democrats USA. Scopo della campagna: impedire il verificarsi del “riscaldamento globale” attraverso non meglio specificati strumenti ma che, comunque, hanno suscitato l’entusiasmo dei pescecani del Foro di Davos o di personaggi come Jean-Claude Juncker.

Non essendo un esperto del clima, (in gioventù leggevo con apprensione quelle che si sono rivelate le cretinate dell’allora blasonatissimo “Club di Roma” e, fino a qualche tempo fa, credevo nella leggenda del “buco dell’ozono”, chiusosi nonostante il fallimento del Protocollo di Montreal sui clorofluorocarburi) non ho certo qui la pretesa di discettare sulle vere cause del supposto (su questa congettura leggetevi questo studio della NASA o questo articolo del CICAP) “riscaldamento globale”. Affidandomi semplicemente al buon senso, mi limito a rilevare che il sistema capitalista (e l’Imperialismo-Globalizzazione, suo stadio terminale) tra sovrapproduzione, rifiuti, inquinamenti, monocolture, manipolazioni genetiche, guerre… sta, irrimediabilmente, mettendo a rischio l’ecosistema planetario e, quindi, l’umanità.

Ma è questa la considerazione che anima “Fridays For Future”? Assolutamente no. Basta leggersi “La Repubblica” del 13 marzo (giorno del “Fridays For Future”) che in una prima pagina, sovrastata dal titolo “La Terra è malata e la colpa è nostra”, dopo aver menzionato una ricerca della Rockefeller Foundation (sic!) secondo cui ci sarebbero nove milioni di morti all’anno a causa dell’inquinamento, così continua: «I paesi ancora più poveri, soprattutto in Africa, soffrono di un inquinamento ancora più mortale [di noi occidentali]: tra le mura domestiche, per l’uso di sistemi di riscaldamento e cottura a base di legna e carbone».

Veniamo dunque a sapere che nel Sud del mondo si muore per l’uso della legna e del carbone per la cottura dei cibi. Davvero improbabile. Comunque, sarebbe stato il caso di evidenziare anche che – dati FAO – nel Sud del mondo due miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile, quattro miliardi e mezzo non hanno servizi igienici, 800 milioni sono sottoalimentati mentre innumerevoli persone muoiono per quelle che da noi sono banali infezioni. Ma è andando nelle pagine interne di Repubblica, leggendo gli editoriali delle sue teste d’uovo, che si comprende il recondito scopo del “Fridays For Future”: dare addosso non solo a Trump ed alla Cina (additati come i principali responsabili del Climate Change, ) ma a tutti i famigerati governi populisti europei, italiano in primis, colpevoli di non ubbidire ai dettami della potente élite globalista.

«C’è una linea verde che divide l’Europa e che traccia i contorni di una cultura e di una sensibilità alle questioni ambientali molto variabile tra Est e Ovest e tra Sud e Nord dell’Unione. Di fondo, ci dice che il nucleo forte dei valori ecologici tende a coincidere con il gruppo dei Paesi dell’Europa carolingia che ruota attorno all’asse franco-tedesco. Si tratta sostanzialmente degli stessi governi che fungono da motore della Ue».

Dagli addosso, quindi, non solo al governo giallo-verde ma, implicitamente pure ai Gilet gialli, che si rifiutano di andare a piedi o in groppa al somaro e rottamare le loro auto scassate e inquinanti.

Ancora peggio se si va a leggere cosa stanno suscitando le dichiarazioni di Greta Thunberg. Tanto per dirne una, al suo “bisogna dimezzare del 50% le emissioni di gas serra  entro il 2020, non importa quanto sia scomodo o sconveniente, perché la nostra casa è in fiamme” hanno fatto seguito, in Gran Bretagna e Germania, le richieste di dichiarare immediatamente lo stato di emergenza. Richieste espresse da fior di “intellettuali” (ovviamente, di “sinistra”) per i quali “le, inevitabilmente impopolari, scelte per impedire il climate change non possono seguire il lento iter dettato dal nostro sistema democratico”.

Questi – tra un mare di colpevolizzazioni e accuse alle “precedenti generazioni che hanno fallito” – i veri dettami della campagna “Fridays For Future”.  Dalla quale non pochi nella “sinistra antagonista” sperano di poter estrarre qualcosa di buono. Come già detto, la stessa illusione di chi appoggiava “tatticamente” le rivoluzioni colorate contro qualche Stato Canaglia o le mobilitazioni per l’Indipendenza della Catalogna. Si è visto come è andata.

Francesco Santoianni

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