Libia: che fare?

Sono già centinaia i morti a Tripoli, (molti i civili) uccisi da milizie, verosimilmente guidate dal governo Macron per detronizzare il “presidente libico” Fayez al Sarraj (un fantoccio messo su dal governo Renzi); il quale, ha mobilitato in sua difesa, addirittura, le famigerate “Milizie di Misurata” (già responsabili di  spaventosi massacri come quello contro i Tawergha o i Warfallah: tribù “colpevoli” di avere sostenuto per 42 anni il governo di Gheddafi).

Queste le notizie. E ora qualche telegrafica considerazione.

Smentite seccamente da parte del governo italiano le “voci” di un intervento militare in difesa dell’effimero governo Sarraj, a giudicare da Internet, si direbbe che le uniche posizioni della “sinistra antagonista” siano quelle di ribadire che questo nuovo conflitto attesti definitivamente che “la Libia non è un porto sicuro per il rimpatrio dei migranti”. Tutto qui. Come se  la verosimile prossima perdita degli approvvigionamenti di petrolio libico  (per non parlare di una nuova mattanza in Libia) sia una questione del tutto marginale per l’economia del nostro Paese. Intendiamoci, qui non si sta certamente facendo il tifo per il “buon imperialismo italiano” da contrapporre a quello “di rapina e di guerra di Macron” e, magari (come sta suggerendo qualche sconsiderato su Internet) prepararci  ad una guerra alla Francia ma, bensì suggerire innovative strategie di politica  estera.

Ad esempio, quelle proposte  nel convegno “Libia che fare”, organizzato nel 2016 dal Movimento Cinque Stelle, che condannando le sciagurate politiche portate avanti dal governo italiano (il quale, dopo aver distrutto la Libia, aveva puntato prima su un bandito, tale Ali Zeidan, e poi sull’altrettanto impresentabile Fayez al Sarraj) proponeva per la Libia di avere come referenti non già il Quisling di turno ma una rete di sindaci di città libiche (che si stava formando proprio allora) insieme ai quali far rinascere uno stato in Libia. Si ma che interesse avrebbero avuto questi esponenti della società civile libica a dialogare con l’Italia (e l’Unione Europea)?  Presto detto: i “soldi di Gheddafi” (in realtà il Tesoro dello stato libico) sequestrati nelle banche europee.  Almeno 100 miliardi di dollari in oro e valuta, senza considerare gli interessi maturati annualmente dalle quote di partecipazione in innumerevoli aziende europee. Una valanga di soldi che per una popolazione di appena sei milioni di libici rappresentava un argomento molto più convincente di qualsiasi opzione militare.

Una utopia questa proposta? Certamente, avrebbe trovato la feroce opposizione di banchieri e squali della finanza che, al pari dei loro referenti nell’Unione Europea,  considerano come già loro il bottino della guerra alla Libia. Un motivo in più per scendere in piazza.

Speriamo che il governo Conte e i Cinque Stelle ripropongano questa proposta. Noi, comunque, dopo il loro voltafaccia sulle sanzioni alla Siria e alla Russia non siamo ancora rassegnati.

Francesco Santoianni

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